Lunedì 19 ottobre, alle 10.30, presso H Zone ad Alba, una conferenza stampa promossa da associazioni e organizzazioni del territorio per denunciare il caporalato e presentare il corteo del 24 ottobre. Tra i promotori anche la Caritas Diocesana Albese.
Le colline di Langhe, Roero e Monferrato sono conosciute e ammirate in tutto il mondo. Paesaggi patrimonio dell’UNESCO, vini di straordinaria qualità, tradizioni secolari e un’economia vitivinicola che rappresenta uno dei principali motori di sviluppo del territorio.
Eppure, dietro questa immagine di bellezza e prosperità, si nasconde una realtà profondamente diversa. Una realtà fatta di lavoratori sottopagati, condizioni di lavoro estenuanti, precarietà, alloggi inadeguati e, in alcuni casi, vere e proprie forme di assoggettamento.
È il volto meno conosciuto delle nostre colline, quello dello sfruttamento lavorativo e del caporalato. Un fenomeno che non può più essere considerato marginale o ricondotto a pochi episodi isolati.
Il lavoro invisibile dietro i grandi vini
Migliaia di lavoratori, provenienti soprattutto dall’Europa orientale, dall’Africa, dall’India e dal Pakistan, contribuiscono ogni anno alla produzione vitivinicola del territorio. Sono uomini e donne che lavorano nei vigneti durante la vendemmia, le potature e le altre fasi della coltivazione, spesso svolgendo mansioni faticose e indispensabili.
Secondo quanto evidenziato dalle organizzazioni promotrici della mobilitazione, quasi due terzi dei lavoratori del comparto trovano occupazione attraverso soggetti esterni alle aziende agricole: cooperative, società di servizi e ditte individuali che forniscono manodopera.
Un sistema di esternalizzazione che, accanto a realtà corrette e rispettose delle regole, ha favorito la diffusione di situazioni opache, nelle quali diventa più difficile garantire il rispetto dei contratti, delle retribuzioni e delle condizioni di sicurezza.
Le denunce e le indagini condotte negli ultimi anni hanno fatto emergere situazioni particolarmente gravi: lavoro nero o irregolare, paghe inferiori ai minimi contrattuali, orari eccessivi, assenza di riposi adeguati, carenze nella sicurezza e sistemazioni abitative degradanti.
In alcune circostanze sono state documentate anche forme di controllo e coercizione che vanno ben oltre il rapporto lavorativo, incidendo direttamente sulla libertà e sulla dignità delle persone.
Una situazione che richiama le parole di Papa Francesco, che ha più volte denunciato lo sfruttamento come una forma moderna di schiavitù.
Un problema che riguarda tutta la comunità
Il contrasto è evidente e doloroso: territori capaci di produrre eccellenze riconosciute a livello internazionale convivono con condizioni di lavoro che non sempre garantiscono il rispetto dei diritti fondamentali.
La qualità di un vino non può essere misurata soltanto attraverso il suo valore commerciale, il prestigio delle etichette o i riconoscimenti ottenuti. Deve comprendere anche la qualità del lavoro e della vita delle persone che contribuiscono a produrlo.
La questione, dunque, non riguarda esclusivamente chi sfrutta direttamente i lavoratori. Interroga anche il sistema produttivo, le imprese, le istituzioni, le amministrazioni locali e la società civile.
Il rapporto Eurispes sulle agromafie del 2025, richiamato nel documento delle organizzazioni promotrici, segnala elementi di particolare preoccupazione per il territorio albese, evidenziando i rischi di infiltrazione criminale e le vulnerabilità del settore agricolo.
Non si tratta di mettere sotto accusa indiscriminatamente il mondo vitivinicolo, nel quale operano anche numerose aziende virtuose, ma di riconoscere che il problema richiede un’assunzione collettiva di responsabilità.
Ignorarlo o minimizzarlo significherebbe lasciare sole le persone più vulnerabili e compromettere anche la credibilità di un territorio che ha costruito la propria identità sul valore del lavoro e sulla qualità delle proprie produzioni.
Dalla denuncia alle soluzioni concrete
Le associazioni e le organizzazioni che promuovono la mobilitazione chiedono un cambiamento reale, capace di andare oltre dichiarazioni di principio e protocolli rimasti troppo spesso senza risultati concreti.
Tra le priorità individuate vi sono il rafforzamento dei controlli ispettivi, la piena applicazione della legge 199 del 2016 contro il caporalato e la promozione dell’assunzione diretta dei lavoratori da parte delle aziende agricole.
Un altro nodo fondamentale riguarda l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, che dovrebbe avvenire attraverso canali ufficiali, trasparenti e controllabili, riducendo il rischio che le persone in cerca di occupazione finiscano nelle mani di intermediari senza scrupoli.
Ma il lavoro regolare, da solo, non basta.
Servono anche abitazioni dignitose, trasporti accessibili, servizi di accompagnamento e percorsi autentici di inclusione sociale.
Per questo viene richiesta una regia pubblica capace di coordinare gli interventi e coinvolgere stabilmente istituzioni, organizzazioni sindacali, imprese e realtà del terzo settore.
L’accoglienza dei lavoratori stagionali non può essere affrontata ogni anno come un’emergenza improvvisa. È una necessità strutturale di un territorio che fonda una parte importante della propria economia proprio sul loro lavoro.
Il richiamo della Caritas: al centro deve esserci sempre la persona
La partecipazione della Caritas Diocesana Albese a questa iniziativa nasce dalla convinzione che la dignità umana debba essere il punto di partenza di ogni scelta economica e sociale.
Dietro ogni lavoratore ci sono una persona, una storia, una famiglia, speranze e progetti di vita. Non semplicemente braccia da impiegare durante una stagione produttiva.
La tutela dei diritti, la giustizia nelle condizioni di lavoro e la possibilità di vivere dignitosamente non sono concessioni, ma principi fondamentali che devono valere per tutti, indipendentemente dalla provenienza o dalla condizione sociale.
L’impegno contro lo sfruttamento si inserisce così in una visione più ampia di solidarietà, accoglienza e promozione umana, nella quale nessuno dovrebbe essere lasciato solo di fronte alla precarietà, alla povertà o all’ingiustizia.
La sostenibilità di un territorio, infatti, non può essere soltanto ambientale o economica: deve essere anche e soprattutto sociale.
Il 19 ottobre la conferenza stampa, il 24 ottobre il corteo
Per riportare al centro dell’attenzione pubblica questa realtà e sollecitare interventi concreti, lunedì 19 ottobre 2026, alle ore 10.30, presso H Zone ad Alba, si terrà una conferenza stampa in vista del corteo del successivo 24 ottobre.
L’iniziativa vede coinvolte diverse associazioni e organizzazioni del territorio, tra cui Libera, ARCI, le organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL e la Caritas Diocesana Albese.
La mobilitazione vuole essere un’occasione per rompere il silenzio, sensibilizzare la cittadinanza e chiedere un impegno concreto e condiviso contro ogni forma di sfruttamento lavorativo.
Non una battaglia contro il mondo del vino, ma un impegno per un’economia vitivinicola più giusta, trasparente e rispettosa delle persone.
Perché le nostre colline possano continuare a essere motivo di orgoglio non soltanto per la bellezza dei paesaggi e l’eccellenza dei prodotti, ma anche per la civiltà delle relazioni umane e lavorative che esprimono.
Un territorio non può dirsi davvero eccellente se non rispetta tutte le persone che contribuiscono alla sua ricchezza.
Ed è da questa consapevolezza che deve partire il cambiamento.

