Minacce a don Degiorgis: “I caporali ci hanno intimato di non parlare più, o potremmo pentircene”

Articolo di Targatocn.it

 

Il direttore della Caritas albese racconta l’avvertimento ricevuto e apre una riflessione su accoglienza, lavoro e ruolo delle istituzioni: “Il settore pubblico deve avere una responsabilità diretta”. Circa 60 le persone che, secondo le stime raccolte, dormono all’aperto in città

Don Domenico Degiorgis, direttore della Caritas albese

Don Domenico Degiorgis, direttore della Caritas albese

Don Domenico, che cosa vi ha lasciato finora questa stagione?

“Ci ha costretti innanzitutto a comprendere meglio la dimensione del fenomeno ‘numero lavoratori ed estate’. I numeri cambiano perché le persone si spostano, ma oggi stimiamo intorno a sessanta quelle che dormono all’aperto ad Alba. Lungo il Tanaro risultano almeno 16 stagionali e circa sei persone non stagionali; negli altri luoghi della città, circa dieci, contiamo altri 31-32 stagionali e circa 8-10 non stagionali. E poi esiste una parte che non riusciamo a vedere pienamente, quella degli alloggi sovraffollati, dove si arriva a pagare 150 euro al mese per un materasso in una stanza condivisa con altri, e delle situazioni di vulnerabilità abitativa”.

In questo contesto avete ricevuto anche un avvertimento?

“Sì. Proprio la settimana scorsa abbiamo ricevuto un primo avvertimento ‘ufficiale’ da parte di alcuni caporali, che ci hanno intimato di smettere di rilasciare interviste a giornali e televisioni perché, altrimenti, potremmo pentircene amaramente. Ci hanno fatto sapere di essere potenti e di sentirsi danneggiati dal nostro atteggiamento”.

Qual è il suo stato d’animo?

“Sicuramente è un episodio che mi ha scosso e mi ha fatto riflettere, ma conosco una sola maniera di lavorare con le persone e non cambierà”.

È anche questo episodio a rafforzare la vostra volontà di intervenire pubblicamente sul tema?

“Possiamo portare quello che vediamo ogni giorno e le istanze di difesa e di servizio che raccogliamo, ciò che oggi si chiama advocacy. Non vogliamo metterci nella posizione di chi possiede le risposte e le detta agli altri. La nostra vuole essere una riflessione e un’apertura al confronto. Lavoriamo per la stessa città, ma dobbiamo farlo avendo chiaro chi sono tutte le persone che oggi questa città la abitano. Qualunque cosa si decida, noi ci siamo per metterci al servizio di tutto ciò che può dare dignità a chi oggi ne è praticamente escluso”.

Rispetto all’inizio dell’estate è cambiato anche il vostro modo di leggere il problema?

“Sì. Quando si è parlato della legge regionale e di Common Ground, anche la Caritas era presente come uditore. Io stesso non avevo colto fino in fondo alcune problematicità. Vedendo quello che è accaduto e il numero di persone che sono arrivate da noi, abbiamo iniziato a porci delle domande. Lo dico senza la pretesa di avere la soluzione: come Caritas vogliamo proporre una riflessione”.

Qual è la prima domanda che vi ponete?

“Se Common Ground nasce per contrastare lo sfruttamento, credo che la priorità debba essere proprio proteggere le persone dallo sfruttamento. Ci interroghiamo quindi sul peso attribuito al reclutamento diretto. Pensiamo non sia corretto legare l’accoglienza al lavoro, come è stato fatto a Mango e Mussotto, obbligando le persone ad accettare l’attività lavorativa perché altrimenti non avrebbero ottenuto il posto. Altrimenti forse si rischia di copiare il modello dei ‘caporali’: ‘Se tu accetti le mie condizioni di lavoro ti do da dormire’. Sono tutte persone in condizioni di vulnerabilità e non dobbiamo ‘ricattarle'”.

Quale procedura suggerisce?

“Una volta che hanno il posto devono poter scegliere la proposta che ritengono più interessante, ovviamente aiutate e indirizzate con onestà nel comprendere quelle più affidabili e sicure. Dopodiché se ci fossero proposte di lavoro occorrerebbe farle transitare dal Centro per l’impiego, che è il soggetto pubblico preposto. Al Tavolo inclusione ho posto una domanda proprio su questo: gli stagionali, di fatto, non risultano passare da lì. Credo sia un aspetto sul quale ragionare. È vero che ad oggi non è adeguato, ma se non si cominciano mai a percorrere le reali strade proposte dalla legge e a chiedere una operatività migliore, questo Centro non si attiverà mai adeguatamente”.

Dove vede il limite delle risposte attuali?

“Innanzitutto, nella proporzione. Si è parlato di trenta posti nell’arco di tre anni: alla luce dei numeri che abbiamo incontrato quest’estate, dobbiamo chiederci se una dimensione del genere possa essere sufficiente. Anche nel reperire le abitazioni necessarie, tenendo conto delle tante persone stipate negli alloggi e in case sparse sul territorio, che non sempre vengono considerate nel calcolo di quelle cui offrire adeguata abitazione. E poi c’è l’assunzione diretta. Questa modalità può valere in altre parti della provincia, ma non è la condizione ottimale per Alba, visto che tocca un numero esiguo di coloro che sono disponibili a lavorare, senza per questo avallare le cooperative illegali e il caporalato. Più in generale credo che le risorse disponibili, quelle di Common Ground come le altre, dovrebbero servire a costruire condizioni di accoglienza che abbiano continuità, non soltanto risposte episodiche”.

Il contratto regolare non rappresenta già una forma di tutela?

“È indispensabile, ma non basta. Una persona può avere un contratto regolare e continuare a essere fragile nelle condizioni concrete nelle quali lavora e vive. Abbiamo incontrato problemi negli spostamenti, nell’alloggio e nella quotidianità. Persone denigrate, insultate ed umiliate. Lasciate, a fine giornata lavorativa e di sera, a piedi lontano dalla propria abitazione, anziché portate a casa. Spesso è poi la Caritas a essere chiamata per risolvere questo tipo di difficoltà che sulla carta non dovrebbero esserci. Questo ci fa capire che all’assunzione devono accompagnarsi tutela e controllo”.

Chi dovrebbe garantire questa tutela?

“Credo che il pubblico debba avere una responsabilità diretta. Questo non significa escludere associazioni, cooperative o produttori, che possono essere parte del sistema. Ma l’ente pubblico deve mantenere una funzione di garanzia, coordinamento e tutela. Altrimenti rischiamo di delegare proprio ciò che dovrebbe essere assicurato nell’interesse di tutti.  Mi sono incontrato nei giorni scorsi con l’assessora Croce, certamente attenta e consapevole del problema. Non sempre le nostre vedute collimano, ma sicuramente l’obiettivo desiderato è molto simile. L’impressione però è che non ci sia un supporto reale dell’Amministrazione comunale dietro di lei”.

Cosa manca secondo lei?

“Sarebbe forse necessario uno sforzo più incisivo e marcato anzitutto del sindaco Alberto Gatto, affinché si faccia promotore di alleanze e accordi con gli altri primi cittadini, insistendo e chiedendo di investire denaro per l’accoglienza, l’abitazione e le tutele lavorative. Ovviamente coinvolgendo in prima persona il Comune che rappresenta. A me sembra ci siano un silenzio e una latitanza assordanti da parte delle istituzioni preposte alla tutela delle persone e del territorio. Da parte di un’amministrazione che si definisce di centro-sinistra e attenta alla fasce più deboli, almeno nel campo dell’immigrazione, non ci sembra di vedere gesti di particolare novità o discontinuità con il pensiero dominante oggi. Non ci sono solo la Fiera del tartufo, Vinum, Alba capitale italiana dell’arte contemporanea, ci sono anche le persone che arrivano nel nostro territorio, grazie alle quali il territorio stesso e le persone che lo abitano aumentano la propria ricchezza”.

Da dove si potrebbe cominciare per costruire una risposta diversa?

“Bisogna mettere insieme i soggetti che hanno responsabilità diverse. Penso anche al mondo produttivo. Ho letto, per esempio, della volontà dell’assessore Roberto Cavallo di costruire un confronto più stabile con le cantine albesi dopo Le Notti del Vino. Credo possa essere un’occasione: è giusto parlare di promozione e valorizzazione delle cantine, ma perché non utilizzare quel confronto anche per parlare delle persone che lavorano nella filiera? Comune e produttori potrebbero affrontare insieme anche i temi dell’accoglienza e della tutela dei lavoratori”.

Dopo quanto avete visto questa estate, qual è allora la questione da affrontare?

“Dobbiamo riuscire a costruire qualcosa che abbia continuità. Le risorse dovrebbero servire a creare condizioni di accoglienza e tutela durature, evitando che la risposta si esaurisca in singoli interventi. Quello che abbiamo visto questa estate ci impone almeno di interrogarci e di capire insieme quali siano le vere priorità e le necessità delle persone. Penso, per esempio, allo studio di fattibilità realizzato da Weco con il Consorzio di Tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani, presentato pubblicamente ad Alba meno di un anno fa come un possibile ‘Modello Langhe’. Per questa vendemmia le previsioni parlavano di 120 lavoratori coinvolti e anche di posti letto. Credo sia legittimo domandarsi oggi a che punto sia quel progetto: quanti di quei lavoratori siano stati effettivamente coinvolti, quali soluzioni abitative siano state attivate e quale seguito concreto sia stato dato allo studio. Parliamo di un percorso che ha beneficiato anche di risorse pubbliche e credo sia importante capire che cosa sia stato realizzato rispetto agli obiettivi presentati. E vorrei anche ragionare sui dati”.

Prego.

“Nel progetto i costi dei servizi per l’abitare previsti erano 200 mila euro per i 50 posti del 2026, e 250 mila euro per i 60 del 2027. Adesso, sempre con Weco, nel nuovo progetto del Comune sempre finanziato da Common Ground 2 sono previsti 80 mila euro spalmati su tre anni per arrivare più o meno alla metà dei posti previsti nel progetto precedente. In meno di un anno i costi previsti per l’abitare si sono sgonfiati: da circa 4.000 euro/lavoratore del vecchio progetto sono diventati circa 860 euro/lavoratore. Possibile che a nessuno degli enti coinvolti venga qualche dubbio?”.

Ci sono almeno esperienze alle quali ritiene utile guardare?

“Mi sembra interessante quanto attuato a Cuneo, dove, oltre al dormitorio gestito dalla Croce Rossa, il Comune, insieme al Consorzio Socio-Assistenziale e al terzo settore, ha creato nell’ex Caserma Piglione un punto di riferimento e di servizio per chi non ha una sistemazione stabile. È un’esperienza sulla quale credo valga la pena riflettere, fatta attraverso i fondi del Pnrr per un milione di euro”.

Che cosa si potrebbe fare concretamente ad Alba?

“ La precedente Amministrazione ha utilizzato le opportunità offerte dal Pnrr per diversi interventi, ma non mi risultano investimenti analoghi destinati specificamente all’accoglienza degli immigrati e dei lavoratori stagionali. Il punto, oggi, è capire quali strumenti e risorse siano ancora disponibili per intervenire in maniera strutturale anche su questo fronte, che dovrebbe stare davvero a cuore a una città fortunatamente benestante. Pensiamo che sarebbe opportuna un’accoglienza aggiuntiva per l’inverno e per l’estate, magari attraverso l’acquisto o la ristrutturazione da parte del Comune di un edificio adeguato a questo scopo. Credo che maggioranza e minoranza dovrebbero collaborare per arrivare a un nuovo approccio verso i lavoratori delle nostre terre, immigrati compresi, e tutte le persone coinvolte. Si potrebbe anche chiedere al Prefetto di favorire un confronto con i sindaci del territorio per individuare azioni adeguate e sollecitare l’intervento della Commissione regionale sullo sfruttamento lavorativo”.

Daniele Vaira per Targatocn – La voce di Alba